La fraternità come legame di pace

Sermig – Arsenale della Pace – Torino

marzo 2026

GIOVANI IN DIALOGO

La fraternità come legame di pace

Torino, Arsenale della Pace, 6–8 marzo 2026

Convegno internazionale promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso

 in collaborazione con Il Dicastero per Laici, Famiglia, Vita

1. Un incontro necessario: genesi e cornice del convegno

Dal 6 all’8 marzo 2026, l’Arsenale della Pace di Torino — lo storico spazio di Piazza Borgo Dora fondato da Ernesto Olivero e dal SERMIG, trasformato nel 1983 da deposito di armi in laboratorio concreto di solidarietà e convivenza — ha ospitato il primo convegno internazionale “Giovani in Dialogo. La fraternità come legame di pace”. L’iniziativa è stata promossa dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso in stretta collaborazione con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, rispondendo all’appello lanciato da Papa Leone XIV ai giovani perché portino nel mondo il “calore” e il “sapore” della fraternità, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Seoul nel 2027.

L’evento ha radunato quasi cento partecipanti: giovani di età compresa tra i diciotto e i trent’anni appartenenti a diverse tradizioni religiose — cattolici, musulmani, ebrei, buddhisti, giainisti, induisti — provenienti dall’Ucraina, dalla Croazia, dall’Ungheria, dall’Irlanda, dal Regno Unito, dall’Olanda, dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia. Accanto a loro, i Delegati nazionali delle Conferenze Episcopali europee per il Dialogo Interreligioso e per la Pastorale Giovanile, in rappresentanza di tutti i paesi membri del CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa).

La scelta della sede è stata tutt’altro che casuale. La stessa storia dell’Arsenale della Pace costituisce un segno eloquente: ciò che era nato per dividere e fare la guerra è stato trasformato in uno strumento di pace. In questa cornice simbolicamente potente, il messaggio del convegno si è fatto immediatamente leggibile: anche le religioni, spesso strumentalizzate per alimentare conflitti, possono e devono diventare ponti di fraternità e generatori di pace. In questa prima edizione, il convegno si è configurato non come un esercizio accademico astratto, ma come uno spazio vivo di ascolto, confronto, testimonianza e condivisione di buone pratiche.

Torino stessa, città di San Giovanni Bosco, il grande educatore che ha creduto nei giovani non come problema da gestire ma come forza da valorizzare, ha offerto al convegno una cornice spirituale e pedagogica di straordinaria risonanza. La vicinanza del carisma salesiano — tutto orientato alla cura integrale del giovane, alla sua dignità, alla sua fioritura — ha costituito un sottofondo ispiratore per tutta la tre giorni.

2. L’apertura: la pace come dono e responsabilità

Il venerdì 6 marzo 2026, dopo l’accoglienza e la registrazione dei partecipanti, il convegno ha preso avvio con una cerimonia di apertura di grande densità simbolica. Al centro di essa la Bandiera della Pace, composta da tante bandiere nazionali tenute insieme, recata in processione solenne da giovani di diverse appartenenze religiose: tre giovani giainisti provenienti dal Regno Unito — Jash, Veer e Hirak —, due giovani buddhisti italiani — Gaia e Francesco —, e un gruppo di giovani cattolici europei. Un’immagine semplice ma potente: la pace non cancella le differenze, le tiene insieme. Ogni popolo, ogni cultura, ogni religione porta un contributo unico e insostituibile. Nessuno è di troppo.

Il Cardinale Roberto Repole, Vescovo di Torino, ha aperto i lavori con parole di profonda lucidità. In un tempo “precario, turbolento e pauroso”, dove “la pace è sempre più una chimera”, ha sottolineato come il titolo del convegno — coniugando fraternità e pace — risponda a un’urgenza non rinviabile. Il cammino verso la pace implica il riconoscimento della reciproca diversità, l’apertura all’altro nella sua alterità, la cura e la responsabilità nei confronti di chi ci sta accanto. Ha ricordato l’etimologia stessa del termine “religione”, che rimanda al legame, alla relazione: è la perversione delle religioni, e non la loro essenza, che porta alla violenza. Quando la fede è vissuta autenticamente, essa educa all’incontro, non allo scontro.

Monsignor Indunil Kodithuwakku, Segretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, ha dato il tono all’intero convegno con una tesi netta e coraggiosa: “L’apporto dei giovani delle diverse religioni alla costruzione della pace non è accessorio, è insostituibile”. I giovani, ha spiegato, vivono quotidianamente la pluralità nelle aule, nei quartieri, online; sono loro che possono scegliere se alimentare stereotipi o creare amicizie; sono loro a dimostrare concretamente che l’identità religiosa non è una minaccia ma una risorsa per il bene comune. Richiamando Papa Leone XIV, ha insistito sulla doppia dimensione della pace: verticale, come dono dall’alto, e orizzontale, come responsabilità di ogni persona. L’incontro di Torino non era convocato per fare dichiarazioni di principio, ma per confrontarsi su esperienze concrete: progetti riusciti e fallimenti, tentativi di costruzione di relazioni capaci di prevenire l’odio e disinnescare i conflitti.

Il Cardinale Américo Manuel Alves Aguiar, Vescovo di Setúbal in Portogallo e grande artefice della Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona 2023, ha portato una testimonianza di grande calore umano. Constatando con ironia affettuosa che tra i cardinali presenti — lui al terzo posto, Koovakad al quarto, Repole al dodicesimo — figuravano alcuni dei membri più giovani del Collegio Cardinalizio, ha voluto condividere la giovinezza dei presenti come punto di partenza. La sua tesi di fondo: la fraternità non è immediata, non è automatica, ma non è nemmeno impossibile. Non è il sogno di pochi illusi. È un legame di pace che si costruisce nel tempo, attraverso gesti quotidiani e relazioni autentiche, nella certezza che è più ciò che ci unisce come esseri umani di quanto ci divide.

3. Il protagonismo giovanile: esperienze dall’Asia e dall’Europa

Il primo momento tematico del convegno — dedicato al protagonismo giovanile — ha offerto una delle riflessioni più vivaci e concrete dell’intera tre giorni, grazie agli interventi di Padre Daniele Mazza, missionario del PIME con diciassette anni di esperienza in Cambogia e Thailandia, e del dottor Shandip Shah, esperto di giainismo dell’Institute of Jainology del Regno Unito.

Padre Mazza ha illustrato con dovizia di esempi come, in Asia, la pace si costruisca attraverso piccoli gesti quotidiani e non attraverso grandi discorsi. In alcune scuole medie e superiori della Cambogia, studenti musulmani, buddhisti e cristiani vengono invitati a individuare autonomamente, nei propri quartieri, persone anziane, ammalate o sole, e a visitarle portando piccoli aiuti. Non è un progetto gestito dall’alto: sono i ragazzi stessi a raccogliere i nomi, a contattare le famiglie, a organizzare le visite. L’effetto più profondo di questa esperienza non è l’aiuto materiale offerto agli anziani, ma la trasformazione interiore nei giovani stessi: ragazzi musulmani che entrano in case buddhiste, buddhisti che visitano famiglie cristiane. “In un certo senso — ha osservato Padre Mazza — i giovani disarmano gli adulti con la loro semplicità, attenzione e bontà”.

In Thailandia, il Dipartimento per gli Affari Religiosi del Ministero della Cultura organizza ogni anno, in tutte le province del paese, campi di dialogo interreligioso che riuniscono circa sessanta giovani di diverse fedi per uno o due giorni. I partecipanti imparano a raccontare la propria esperienza religiosa con rispetto e a fare domande senza paura, affrontando anche pregiudizi e stereotipi appresi nei propri contesti di appartenenza. Attività di utilità sociale condivisa — piantare alberi, ridipingere muri di edifici religiosi, pulire canali — completano il cammino: sono gesti semplici ma carichi di significato, perché permettono di collaborare concretamente per il bene comune al di là delle differenze. Ancora in Thailandia, tornei di calcetto con squadre obbligatoriamente miste e visite congiunte dei leader religiosi delle cinque tradizioni principali a case di riposo, centri per disabili e carceri comunicano ai giovani un messaggio di formidabile potenza: la pace non nasce da eventi isolati, ma da relazioni costruite nel tempo.

Shandip Shah ha offerto una prospettiva filosofica complementare, attingendo alla tradizione giainista. La pace, ha spiegato, non è semplicemente l’assenza di conflitti: è uno stato di armonia interiore, che la filosofia giainista definisce Shanti, raggiunto quando pensieri, parole e azioni sono allineati. Al centro di questa visione c’è l’Ahimsa, la non violenza nel suo senso più ampio: non solo verso gli altri, ma anche verso se stessi, i propri pensieri, le proprie intenzioni. Il principio dell’Anekāntavāda — la dottrina dei molteplici punti di vista — insegna che la verità è complessa e non può essere compresa da un unico angolo visuale: quando si abbraccia questo principio, il disaccordo non diventa una minaccia ma un invito alla comprensione. Questa prospettiva, ha sottolineato Shah, risuona ben oltre i confini del giainismo: in tutte le culture e civiltà troviamo la stessa verità fondamentale, che la pace duratura cresce attraverso la consapevolezza di sé, il dialogo rispettoso e il riconoscimento della dignità umana.

I giovani rappresentanti della neonata Commissione Giovani dell’Unione Buddhista Italiana (UBI), fondata tra il 2025 e il 2026 e composta da venti ragazzi provenienti da centri e templi di tutta Italia, hanno portato la testimonianza di una realtà ancora agli inizi ma ricca di entusiasmo: creare rete, sostenersi, riconoscersi uguali e al contempo valorizzare le differenze come ricchezza. Il loro programma futuro — uno spazio di confronto al Vesak di maggio a Milano e la condivisione di riflessioni sul portale UBI “Gate” — mostra come il dialogo intergenerazionale e interreligioso stia mettendo radici anche nelle comunità non cristiane italiane.

4. La spiritualità del dialogo: fondamenti teologici e mistici

La mattina del sabato 7 marzo, dopo una meditazione iniziale su testi di pace tratti dalle tradizioni asiatiche, il convegno si è concentrato sulla dimensione spirituale del dialogo interreligioso. Il momento è stato introdotto da un’ora di riflessione interiore che ha voluto radicalizzare il cammino dei partecipanti: prima di parlare di pace, occorre cercarla dentro di sé.

Il Cardinale Cristóbal López Romero, Arcivescovo di Rabat in Marocco, ha offerto una relazione di grande spessore spirituale sul tema della spiritualità del dialogo interreligioso. Partendo da una riflessione sul concetto stesso di spiritualità — non un insieme di atti religiosi o di espressioni di pietà, ma uno stile di vita in cui lo Spirito di Dio è protagonista —, ha proposto una teologia trinitaria del dialogo. Dio stesso è, nella sua essenza, amore dialogico: il Padre genera il Figlio amandolo, e l’Amore che si instaura tra loro è lo Spirito Santo. Se l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, è inevitabile concludere che egli è un essere chiamato a vivere la propria esistenza come un dialogo d’amore. Il richiamo alla Dei Verbum del Concilio Vaticano II è stato illuminante: Dio stesso ha stabilito con l’umanità un patto d’amore, un’Alleanza; non dialogare sarebbe contraddire la struttura più profonda della creazione.

La mistica del dialogo, ha spiegato il Cardinale López Romero, chiede una profonda ascesi interiore: decentrarsi, uscire da sé stessi; saper ascoltare con attenzione e pazienza; togliersi le scarpe davanti all’altro, perché l’altro è terra sacra; mettersi nei panni dell’altro e camminare con lui per qualche chilometro; spogliarsi e mostrarsi per farsi conoscere; esporsi alla critica. Il dialogo interreligioso in particolare esige di non considerarsi in possesso della Verità, che è Cristo: è la Verità a possedere noi, non il contrario. La disponibilità al dialogo è disponibilità a cercare insieme, imparando anche dalle altre tradizioni religiose. Ha citato con evidenza una parola di Papa Leone XIV: “I fedeli di altre religioni non sono per noi stranieri, ma compagni di viaggio nella ricerca della verità”. Se non sono stranieri, tanto meno possono essere nemici, avversari, concorrenti o rivali.

Il Cardinal López Romero ha poi richiamato la celebre sentenza di Hans Küng: “Non ci sarà pace nel mondo senza pace tra le religioni. E non ci sarà pace tra le religioni senza dialogo tra loro”. Una frase che, nel contesto attuale di conflitti moltiplicati e di narrazioni religiose instrumentalizzate per giustificare la violenza, acquista una forza profetica di inaudita urgenza.

Il Vescovo Diego Sarrió Cucarella, pastore di Laghouat nel cuore del Sahara algerino — la terra dove Charles de Foucauld trascorse gli ultimi quindici anni della sua vita nell’aspirazione a diventare il “fratello universale” di ogni essere umano —, ha riflettuto sull’eredità del Documento sulla Fratellanza Umana, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Quel documento, ha spiegato il Vescovo, ha rappresentato una pietra miliare: per la prima volta un leader cristiano e uno musulmano del calibro di Francesco e Al-Tayyeb firmavano insieme una dichiarazione, durante la prima visita di un Papa nella Penisola Arabica, culla dell’Islam, in coincidenza con l’ottavo centenario dell’incontro di San Francesco d’Assisi con il Sultano al-Malik al-Kāmil.

Il cuore del Documento, ha sottolineato Sarrió Cucarella, sta nell’affermazione che la fraternità non è un sogno astratto ma una grazia di Dio, che ci ha creati fratelli e sorelle chiamati a vivere come tali: il riconoscimento di un Dio Creatore porta naturalmente il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. La fraternità aggiunge qualcosa di decisivo all’uguaglianza giuridica dei diritti: l’affetto, la cura, l’amore. “La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini — citava il Vescovo da Fratelli tutti —, ma non riesce a fondare la fraternità”. Sono seguiti dalla firma di Abu Dhabi effetti concreti: la nascita dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, la costruzione della Casa della Famiglia Abramitica ad Abu Dhabi (dove moschea, chiesa e sinagoga condividono le stesse fondamenta), la proclamazione da parte dell’ONU del 4 febbraio come Giornata Internazionale della Fratellanza Umana.

5. La GMG come laboratorio di fraternità: la lezione di Lisbona

Un capitolo essenziale dell’incontro di Torino è stato dedicato alla Giornata Mondiale della Gioventù come modello vivente di fraternità interreligiosa. Il Dottor Gleison De Paula Souza, Segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha ricordato come la GMG — nata nel 1985 per volontà di Papa Giovanni Paolo II — costituisca un’esperienza concreta di incontro tra giovani con Cristo e tra di loro, un vero laboratorio di fraternità che si rafforza di edizione in edizione.

I giovani di oggi, ha osservato il Dottor De Paula Souza, vivono quotidianamente il pluralismo: a scuola, sui social media, nelle città. Per loro il dialogo non è un concetto astratto ma una realtà concreta, anche se senza una guida può trasformarsi in scontro o indifferenza. La GMG educa a uno stile di apertura: vivere insieme, rispettarsi, condividere il silenzio, la gioia, la speranza. In mezzo a milioni di giovani si comprende che l’altro non è una minaccia ma un dono. Il magistero di Papa Leone XIV, ha sottolineato, ha ripreso con decisione questa intuizione: il dialogo non è una strategia ma un modo di vivere, non una tattica ma un cammino del cuore; le religioni non devono diventare strumenti di divisione ma ponti di fraternità.

Il Cardinale Aguiar ha poi narrato in prima persona la preparazione e i giorni della GMG di Lisbona 2023 con una ricchezza di dettagli che ha tenuto l’assemblea con il fiato sospeso. Ha ricordato il pellegrinaggio in Ucraina dal 15 al 17 luglio 2023 — “un viaggio di lacrime e speranza”, tra le macerie di Bucha e Irpin, per portare ai giovani segnati dalla guerra la certezza di non essere dimenticati — e il pellegrinaggio in Terra Santa dal 22 al 25 luglio 2023, dove giovani israeliani e palestinesi, “segnati dalla sofferenza ma capaci di sorridere insieme e costruire un mondo diverso”, hanno testimoniato la possibilità concreta di coesistenza.

I frutti della GMG di Lisbona, ha spiegato il Cardinale, non si misurano in termini di numeri — pur impressionanti: oltre tre milioni di pasti serviti, più di cinquecento tonnellate di cibo donato al Banco Alimentare — ma nella qualità delle relazioni nate tra giovani di più di trenta paesi, legami di fraternità che si sono prolungati ben oltre i giorni della GMG, continuando a fare rete nello spazio e nel tempo grazie ai mezzi di comunicazione digitale. Il ruolo della bellezza — della musica, dei luoghi, della liturgia condivisa — è stato sottolineato come fattore essenziale: una fraternità triste non è vera fraternità; una pace triste non è vera pace.

Guardando alla prossima GMG di Seoul 2027, in un paese dove i cattolici non sono la maggioranza, il Cardinale Aguiar ha insistito che l’apertura universale dell’evento — “nella Chiesa c’è spazio per tutti, per tutti!” come disse Papa Francesco a Lisbona — è ancora più urgente. La GMG non è solo un incontro ma va incontro: ai margini, alle periferie, ai giovani che non possono spostarsi, ai luoghi feriti dalla guerra.

6. Lavori di gruppo e buone pratiche: il cuore pulsante del convegno

Il pomeriggio del sabato 7 marzo e la mattina della domenica 8 marzo hanno costituito il momento più partecipativo e generativo del convegno: i lavori di gruppo, organizzati attorno a quattro grandi temi, e lo scambio sulle buone pratiche. I quattro ambiti di lavoro erano stati scelti con grande cura: la Cura della Casa Comune; la Fratellanza Universale; la Carità Politica; la Pace Disarmata e Disarmante. Ciascun gruppo era facilitato da relatori e giovani insieme, in una metodologia orizzontale che ha deliberatamente evitato la separazione tra “esperti” e “ascoltatori”.

Negli stand delle Buone Pratiche — inaugurati sabato pomeriggio e proseguiti la sera — i giovani hanno presentato progetti concreti di dialogo interreligioso vissuti nelle loro città, scuole, università e comunità religiose. È stato il momento forse più autentico di tutto il convegno: voci fresche, esperienze dirette, entusiasmo contagioso. La diversità dei contesti — dall’Ucraina devastata dalla guerra all’Irlanda post-conflitto, dalla Germania multiculturale all’Italia ancora alle prese con l’integrazione delle nuove comunità religiose — ha mostrato la ricchezza di un pluralismo che, vissuto con rispetto e intelligenza, diventa risorsa piuttosto che problema.

La serata del sabato si è conclusa con la proiezione del film “Il cuore dell’assassino”, un racconto potente sulla trasformazione interiore e sulla possibilità del perdono, che ha offerto spunti di riflessione profondi per i partecipanti. La mattina della domenica 8 marzo — Giornata Internazionale della Donna, coincidenza significativa — si è aperta con un’ora di meditazione su testi di pace tratti dalle tradizioni ebraica, islamica e cristiana: un momento di raccoglimento che ha ben preparato la restituzione conclusiva dei lavori di gruppo.

7. La dimensione diplomatica: il contributo del Ministero degli Affari Esteri

L’intervento della dottoressa Cristiana Mele, del Ministero degli Affari Esteri italiano, ha introdotto nella riflessione una prospettiva di grande valore: quella del dialogo interreligioso come strumento di politica estera e costruzione della pace. Ha ricordato che il lavoro diplomatico è sempre stato “continuare la costruzione di ponti, mantenere le porte aperte, costruire la pace”. Il Ministero degli Affari Esteri italiano riconosce esplicitamente l’importanza strategica del dialogo interreligioso: le religioni non sono un problema da gestire o un fattore destabilizzante, ma possono offrire un contributo significativo al bene comune e alla coesistenza pacifica tra i popoli.

La presenza di un rappresentante istituzionale dello Stato italiano al convegno ha segnalato un dato importante: il dialogo interreligioso tra i giovani non è una questione interna alla Chiesa, né un affare puramente pastorale. Ha ricadute concrete sulla qualità della convivenza civile, sul clima culturale delle società plurali, sulla prevenzione dei radicalismi e dei conflitti. Quando i giovani di diverse tradizioni religiose imparano a incontrarsi, a rispettarsi, a lavorare insieme per il bene comune, stanno costruendo — anche inconsapevolmente — le fondamenta di una cittadinanza più robusta e di una democrazia più resiliente.

8. La conclusione: artigiani di pace nella storia

La chiusura del convegno è spettata al Cardinale George Jacob Koovakad, Prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, con una sintesi di grande forza e densità teologica. Ha affrontato senza esitazioni la paradossalità apparente del messaggio portato dal convegno: in un tempo attraversato da conflitti che sembrano moltiplicarsi senza sosta — la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente, le tensioni crescenti in molte aree del pianeta —, parlare di pace disarmata e disarmante, di fraternità come legame tra i popoli, può sembrare ingenuo.

La risposta del Cardinale Koovakad è stata netta: la fraternità autentica non è evasione dalla realtà, è profezia. È la scelta controcorrente di chi crede che l’odio non sia il destino inevitabile dell’umanità. La sfida decisiva del nostro tempo consiste nel dimostrare che il credo religioso, vissuto nella sua autenticità, non è origine di conflitto ma forza capace di generare fraternità. La fede, quando è vera, “smilitarizza il cuore”, educa all’umiltà, rende possibile ciò che la sola logica politica non riesce a costruire: una fraternità stabile e profonda.

I giovani credenti di varie tradizioni religiose, ha proseguito il Cardinale, se restano fedeli alla vocazione più profonda della propria fede, possono offrire un contributo decisivo alla costruzione della pace ricordando al mondo tre verità fondamentali: che nessuna identità nazionale, etnica o culturale è assoluta; che nessun popolo è autosufficiente; che la dignità dell’altro non dipende dalla sua appartenenza a un credo, un popolo o una nazione, ma dalla sua umanità. Questa visione, radicata nella fede, diventa forza trasformante nella storia.

La fraternità, ha concluso il Cardinale Koovakad, si costruisce con gesti quotidiani, nasce da un atteggiamento interiore fatto di ascolto, rispetto e umiltà, richiede il coraggio del dialogo anche quando è faticoso. Significa scegliere la via dell’incontro, guardare all’altro non come minaccia ma come dono. E al termine del convegno, la sfida lanciata ai giovani presenti è stata personale e diretta: sta a voi scegliere se la religione sarà un’arma nelle mani della paura o una luce nelle mani della pace. Non è un sogno ingenuo: è un futuro che comincia già oggi.

9. I giovani come specchio e stimolo per gli adulti del dialogo interreligioso

Uno degli elementi più sorprendenti e fecondi dell’intero convegno è emerso in modo trasversale, non come tema esplicito di una singola relazione ma come filo rosso che ha attraversato le tre giornate: il fatto che i giovani, nel loro modo di vivere il dialogo interreligioso, costituiscano non solo il futuro della Chiesa e della società, ma un esempio e uno stimolo potentissimo per gli adulti che istituzionalmente si occupano di dialogo interreligioso a livello ecclesiale.

Gli incaricati delle Conferenze Episcopali europee per il Dialogo Interreligioso — presenti a Torino come osservatori e partecipanti attivi, in rappresentanza di tutti i paesi CCEE — si sono trovati di fronte a un fenomeno di straordinaria portata: giovani che praticano con naturalezza, spontaneità e gioia ciò che gli adulti a volte teorizzano con fatica o affrontano con eccessiva prudenza istituzionale. I giovani di Torino non si sono interrogati preliminarmente sulla compatibilità teologica delle diverse tradizioni; non hanno aspettato protocolli ufficiali o autorizzazioni gerarchiche. Si sono semplicemente incontrati, si sono parlati, si sono ascoltati, hanno pregato ciascuno nella propria tradizione e hanno condiviso la stessa mensa, lo stesso tetto, gli stessi sogni.

Questo approccio radicalmente esperienziale non è una forma di ingenuità o di superficialità teologica: è piuttosto una sapienza profonda dell’incontro che anticipa e supera molte delle esitazioni degli adulti. Come ha osservato Padre Mazza nella sua relazione sull’Asia, i giovani disarmano gli adulti con la loro semplicità, attenzione e bontà: quando i responsabili delle comunità religiose vedono ragazzi di fedi diverse camminare insieme per aiutare un anziano o ridipingere un muro, vengono toccati nel profondo e spinti a interrogarsi sui propri steccati.

Il convegno ha mostrato con chiarezza che gli uffici nazionali di dialogo interreligioso delle Conferenze Episcopali europee — chiamati spesso a operare in contesti istituzionali complessi, con risorse limitate e in mezzo a resistenze culturali e teologiche — possono trarre nuova energia e nuova ispirazione dall’incontro con i giovani. Non si tratta di delegare ai giovani la responsabilità del dialogo, come se fosse una questione di moda giovanile: si tratta piuttosto di lasciarsi interpellare, imparare a lavorare con loro e per loro, mettere a loro disposizione le risorse, le reti e le competenze istituzionali che gli adulti possiedono, perché le energie fresche dei giovani non si disperdano ma possano strutturarsi in percorsi duraturi.

Il convegno ha anche fatto emergere un dato strutturale importante: i giovani che si incontrano in eventi come quello di Torino tornano nelle loro comunità con un’esperienza trasformata e trasformante, ma rischiano di trovarsi isolati, senza reti di sostegno, senza spazi istituzionali in cui continuare il cammino. Il ruolo degli uffici per il dialogo interreligioso è qui essenziale: accompagnare, sostenere, creare strutture perché questi semi non cadano sul terreno arido dell’indifferenza istituzionale. Come ha ripetuto più volte Mons. Indunil, occorre passare da incontri occasionali a percorsi continuativi; da gemellaggi simbolici a reti reali di amicizia e collaborazione.

10. Sulla via della fraternità universale: l’eredità di Francesco e il magistero di Leone XIV

Tutto il convegno di Torino si è svolto in un orizzonte spirituale e magisteriale ben definito: quello aperto dall’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco (ottobre 2020) e continuato con piena convinzione e senza esitazioni da Papa Leone XIV fin dall’inizio del suo pontificato. Torino 2026 ha dimostrato che quella visione non è rimasta sulla carta: ha messo radici, ha generato frutti, ha ispirato un modo nuovo di fare dialogo interreligioso a partire dai giovani.

Papa Francesco aveva indicato nel Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi (2019) e in Fratelli tutti (2020) la via maestra: la fraternità come fondamento della convivenza umana, l’incontro come antidoto alla cultura dello scarto, il dialogo come unico cammino verso una pace che non sia mera assenza di guerra ma costruzione attiva di giustizia e riconciliazione. Aveva citato Charles de Foucauld — il beato dei deserti algerini — come modello di fraternità universale: la vita di chi sceglie di essere fratello di ogni essere umano, senza distinzioni di fede, etnia o cultura. Aveva insistito sulla “cultura dell’incontro”, nella quale la differenza non sia minaccia ma ricchezza.

Papa Leone XIV ha raccolto questa eredità con entusiasmo e senza tentennamenti. Le citazioni del suo magistero che hanno costellato le relazioni del convegno di Torino rivelano una continuità sostanziale e insieme un approfondimento originale. Il suo richiamo alla Nostra Aetate — il documento del Concilio Vaticano II che nel 2025 ha compiuto sessant’anni — come testo che “conserva tutta la sua freschezza e attualità” mostra una volontà di radicare il dialogo interreligioso nella tradizione più autentica della Chiesa, non come concessione alla modernità ma come espressione coerente del Vangelo. La sua insistenza che “il dialogo non è una strategia ma un modo di vivere, non è una tattica ma un cammino del cuore” riprende e radicalizza l’intuizione di Francesco.

Il convegno di Torino ha anche messo in luce come il magistero di Papa Leone XIV sia percepito dai responsabili del dialogo interreligioso delle Conferenze Episcopali europee come un sostegno fondamentale, anzi indispensabile, per il loro lavoro quotidiano. In molti contesti nazionali, il dialogo interreligioso incontra resistenze interne alla stessa comunità ecclesiale: c’è chi teme che l’apertura all’altro sia una forma di relativismo, chi considera le altre religioni soprattutto come terreno di missione piuttosto che di incontro, chi vede nel dialogo una perdita di identità piuttosto che un arricchimento. In questo contesto, avere un Pontefice che parla con chiarezza e passione di fraternità universale, che compie gesti concreti di incontro con i leader delle altre tradizioni religiose, che propone il dialogo come stile di vita evangelico, costituisce un sostegno di inestimabile valore.

Per tutti i partecipanti al convegno — giovani e adulti, cattolici e non, responsabili di uffici diocesani e nazionali — Torino 2026 ha costituito un’esperienza di ricarica spirituale e di rilancio pratico. Si è tornati a casa con la certezza rinnovata che la via della fraternità universale non è un’opzione facoltativa per i cristiani impegnati nel dialogo: è il cuore stesso del Vangelo, il modo più fedele di essere discepoli di Gesù in un mondo ferito dalla violenza e dalla paura.

Conclusione: la profezia dei giovani e il futuro del dialogo interreligioso in Europa

Quando i partecipanti hanno lasciato l’Arsenale della Pace domenica 8 marzo 2026, dopo il pranzo conclusivo, portavano con sé qualcosa che non si misura facilmente ma che vale più di qualsiasi atto finale o documento programmatico: l’esperienza vissuta di un incontro autentico. Quasi cento giovani di tradizioni religiose diverse avevano trascorso tre giorni insieme, avevano pregato nella propria tradizione l’uno accanto all’altro, avevano mangiato alla stessa tavola, avevano discusso, si erano sfidati intellettualmente, avevano riso e si erano emozionati insieme. Avevano sperimentato nella carne la verità fondamentale che il convegno aveva proclamato a parole: la fraternità è possibile.

Il convegno “Giovani in Dialogo” di Torino ha dimostrato, con la forza eloquente dei fatti, che esiste un potenziale straordinario nei giovani di tradizioni religiose diverse quando vengono messi in condizione di incontrarsi, di ascoltarsi, di lavorare insieme per obiettivi condivisi. Questo potenziale non è automatico: richiede investimento, cura, strutture, accompagnamento da parte degli adulti responsabili. Ma esiste, è vivo e chiede solo di essere valorizzato.

Agli incaricati delle Conferenze Episcopali europee per il dialogo interreligioso — che a Torino hanno potuto osservare da vicino questo fenomeno —, il convegno lancia una sfida precisa e urgente: non accontentarsi dei progressi compiuti negli ultimi decenni sul piano del dialogo istituzionale tra le leadership delle diverse tradizioni religiose, ma investire con decisione nella formazione e nell’accompagnamento dei giovani, perché il dialogo affondhi radici nelle nuove generazioni. Occorre passare da una logica di eventi a una logica di percorsi; da gemellaggi occasionali a reti stabili di amicizia e collaborazione.

La via della fraternità universale aperta da Papa Francesco con Fratelli tutti e con il Documento di Abu Dhabi, e continuata con piena convinzione da Papa Leone XIV, offre a tutta la Chiesa cattolica — e in particolare ai suoi uffici per il dialogo interreligioso — una bussola sicura e un orizzonte entusiasmante. Torino 2026 ha mostrato che quella bussola funziona, che quell’orizzonte non è un miraggio ma una meta raggiungibile, un passo alla volta, con la semplicità e la determinazione dei giovani che scelgono di essere artigiani di pace.

Alla domanda che il Cardinale Koovakad ha posto come suggello del convegno — “Sta ai giovani scegliere se la religione sarà un’arma nelle mani della paura o una luce nelle mani della pace” —, i quasi cento giovani di Torino hanno già risposto con la loro presenza, con le loro storie, con i loro gesti. Tocca ora agli adulti della Chiesa avere il coraggio di credere in quella risposta, di sostenerla e di costruire le condizioni perché si moltiplichi. Perché, come ha ricordato Mons. Indunil nell’aprire il convegno, il futuro della pace in Europa e nel mondo dipende in larga parte da ciò che questi giovani decideranno di essere e di fare. E dalla saggezza degli adulti nel camminare al loro fianco.

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Articolo redatto sulla base dei comunicati stampa ufficiali e delle relazioni integrali presentate al convegno “Giovani in Dialogo. La fraternità come legame di pace”, Torino, Arsenale della Pace, 6–8 marzo 2026. Evento promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso in collaborazione con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.